Tuol Sleng, la scuola trasformata in orrore

Una nuvola nel cielo blu dietro al filo spinato della prigione S-21

«Quando piangevo non potevo fare nessun rumore.

Piangevo molto e non avevo più lacrime da versare,

stavo solo aspettando il giorno della mia morte»

Chum Mey, sopravvissuto.

Sono da poco uscito dall’ex scuola Tuol Sleng dove ora ha sede il Museo del genocidio e mi sono subito precipitato a casa a scrivere questo articolo perché non voglio dimenticare nemmeno uno dei sentimenti che ho appena vissuto. Essendo vicino casa, capita spesso di passare davanti all’entrata e di notare le persone che escono dopo la visita: non ho ancora visto una coppia scambiarsi una parola, probabilmente riescono a farlo solo dopo qualche centinaio di metri a bordo del tuk-tuk che li riporta verso l’albergo. Immagini che stridono fortemente con le espressioni di chi entra in questo posto tristemente famoso, con ancora quel sorriso dettato dalla curiosità accennato sulle labbra mentre si avventurano per la prima volta nel cortile. Ancora non immaginano che all’uscita la loro curiosità sarà oltremodo soddisfatta e avranno una faccia molto più cupa.

Un monaco in visita al Tuol Sleng Genocide Museum
Un monaco visita le celle dove erano detenuti i prigionieri. Il filo spinato sulla sinistra serviva ad evitare che qualcuno potesse tentare il suicidio.

Ma andiamo con ordine: di cosa si tratta?

Tra l’aprile 1975 e il gennaio 1979 in Cambogia governò il famoso regime dei Khmer Rossi guidati da Pol Pot che commise molte atrocità. Tra le altre cose vennero creati molti centri di sicurezza dove venivano detenuti, interrogati e torturati tutti coloro che erano considerati nemici del regime: ex soldati, vietnamiti, ma anche borghesi e intellettuali e bastava avere gli occhiali o le mani curate per rientrare in queste ultime due categorie. Il centro più famoso per la brutalità commesse al suo interno, fiore all’occhiello della macchina di morte della dittatura, è la prigione S-21 che occupa gli edifici del vecchio liceo di Tuol Sleng a Phnom Penh, rimasto deserto dopo l’avvento al potere della dittatura.

Qui la nostra capacità di reggere alle emozioni prende una prima, forte sberla. Era una scuola dove ragazzi innocenti studiavano e si preparavano a diventare il futuro di una nazione. Ed è diventato un posto dove sono stati distrutti sia il presente che il futuro della Cambogia. Il tutto nel centro di Phnom Penh, all’insaputa dei pochi abitanti rimasti dopo le deportazioni di massa operate dai Khmer Rossi, perché è nella segretezza e nell’anonimato che quasi venti mila persone sono state torturate e mandate a morire.

Sopravvissuti

La sorte, la bravura, il fato o chissà chi, ha deciso di lasciare sette sopravvissuti, tutti prigionieri che avevano abilità tecniche utili alla causa: ingegneri, meccanici, pittori, traduttori. Mentre le truppe vietnamite entravano a Phnom Penh, gli ultimi quattordici prigionieri vennero massacrati frettolosamente sui letti di ferro e i loro corpi abbandonati. Le fotografie del loro stato alla liberazione della prigione sono ora affisse ai muri delle celle per le torture, a documentare la brutalità dei carcerieri.

Due monaci si riposano all'ombra nel cortile della prigione S-21
Due monaci si riposano nel cortile della prigione. Anche loro, durante la dittatura, furono considerati nemici della rivoluzione ed eliminati.

Un tratto peculiare dei regimi totalitari (e dei matti, se mai ci fosse differenza) è il feticismo dell’informazione, ovvero la necessità di documentare il meglio possibile ogni loro crimine. Per questo e per la fretta nello scappare da Phnom Penh, sono rimaste oggi moltissime delle migliaia di foto scattate per registrare i prigionieri, scatti utili per i sopravvissuti al regime per scoprire se qualche loro parente o amico fosse stato imprigionato nella S-21 e successivamente eliminato.

Lavagna dietro alle celle costruite in una vecchia aula del liceo di Tuol Sleng
Una delle lavagne appese per ricordare che si trattava di un ex liceo. Sulla destra le mini-celle dove erano detenuti uno o due “nemici”.

Storie

Tornando ai sopravvissuti, oggi due di loro sono ancora in vita e dedicano il loro tempo al museo e alla testimonianza di quello che hanno vissuto. Si incontrano spesso verso la fine della visita mentre promuovono i loro libri o mentre tengono discorsi. Sono solo due delle migliaia di storie incredibili accadute a Tuol Sleng. Come quella del neozelandese Kerry Hamill che stava navigando intorno al mondo insieme all’amico britannico John Dewhirst quando la loro barca venne intercettata in acqua cambogiane e i due vennero portati alla S-21. È rimasta la testimonianza di Kerry data ai suoi aguzzini in cui afferma di essere agente della CIA, evidentemente per far fermare le torture, preferendo morire che continuare a subire violenze di ogni tipo. Nella testimonianza ci sono personaggi presi dalla cultura americana come il Colonnello Sanders, che riprende il nome del fondatore di Kentucky Fried Chicken. C’è anche un ultimo omaggio a sua madre Esther nel riferimento al Capitano S. Tarr (in inglese, Es-Tar).

Cartello con scritto memoria e giustizia al Tuol Sleng Genocide Museum
Memoria e giustizia

È una visita assolutamente da fare per imparare ancora di più dagli errori della storia. Oltre ai 3$ dell’entrata, spendine altrettanti per l’audioguida, avrai un’idea molto migliore di quello che è successo all’interno di quelle mura, a Phnom Penh e nel resto della Cambogia.

Queste sono le regole che i prigionieri dovevano rispettare nell’ex liceo di Tuol Sleng.

Le regole in khmer, francese e inglese per i prigionieri della S-21, l'ex liceo Tuol Sleng

  1. Devi rispondere alle mie domande, non sviare
  2. Non cercare di nascondere i fatti attraverso dei pretesti. È proibito contestarmi.
  3. Non fare lo stupido, tu sei colui che si oppone alla rivoluzione.
  4. Rispondi immediatamente alle mie domande senza perdere tempo a riflettere.
  5. Non mi parlare dei tuoi atti immorali. Non mi parlare dell’essenza della rivoluzione
  6. Durante le bastonate o l’elettroshock non puoi piangere.
  7. Non fare nulla, stai seduto fermo e aspetta i miei ordini. Se non ci sono ordini, non fare nulla. Quando ti chiedo di fare qualcosa devi falo immediatamente e senza protestare
  8. Non cercare scuse sulla Kampuchea Krom per nascondere il fatto che sei un traditore.
  9. Se non segui tutte le regole riceverai bastonate e elettroshock
  10. Se disobbedisci ad una sola regola riceverai dieci frustate o cinque cariche di elettroshock.

Un inno alla crudeltà.

2 Comments

    • Devo dire che “struggente” è un aggettivo perfetto per descrivere ciò che è successo in Cambogia nella seconda metà degli anni ’70. Insegnare la storia per non ripetere gli stessi errori, è questo lo scopo di Tuol Sleng e degli altri musei su genocidi e torture in giro per il mondo: speriamo che la nostra generazione abbia imparato qualcosa!

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